Gedda, la sposa del Mar Rosso

‎‎83F7B0E9-FFF1-4031-A5C1-5D39A28A607D

Gedda, la sua radice araba rimanda al verbo jadda, essere nuovo.

E in un’altra forma a tajaddada: rinnovarsi

Rinnovarsi vuol dire anche guardare altrove. Immaginare luoghi e sensazioni lasciandosi trasportare soltanto da un’idea. Ancora meglio, da un desiderio: se desiderare significa tendere a qualcosa di piacevole, allora il desiderio non può che amplificare in maniera armonica le rappresentazioni che abbiamo creato dentro di noi, nel profondo.

La visione del luogo diventa tangibile ancora prima del suo realizzarsi e ci pare di averla già assaporata dal vivo, di averne già in qualche modo fatto parte.

Così per me Gedda. Non l’ho mai vista ma sento già che mi si addice.

La sposa del Mar Rosso, adagiata elegantemente su una striscia d’acqua blu, è il rinnovo, la rinascita: lo spazio ideale per un essere mutevole.

Città di porto, affacciata sull’altrove, traspira aria salina da ogni dove. Sento nell’aria la brezza inebriante. S’involano gabbiani tutt’intorno.

La corniche a incorniciarla – gradevole passeggiata immersa nell’aria salubre, dove il marciapiede s’infrange netto contro il mare e lo sguardo in bilico si solleva a mirare l’orizzonte.

La corniche mi riporta alla mente Casablanca e Beirut: avrà quella saudita con le loro altro in comune oltre al nome francesizzante?

Non voglio nemmeno guardare le foto: attendo di goder la meraviglia sul posto: la quarantena interrompe il mio viaggio ma non smorza il desiderio, che ormai suscitato abbraccia confidente l’immaginazione.

Jadda in forma di sostantivo è in arabo anche la nonna. Si racconta che proprio a Gedda si trovi la tomba di Eva, nonna di tutta l’umanità.

Non posso quindi che immaginarmela saggia, le spalle larghe di una vita vissuta, le braccia rassicuranti di chi ha attraversato ogni età, lo sguardo fiero di una guerriera marina.

Così è (se mi pare).

Il nero del deserto

 

5DAD94C2-3BCA-46FD-A9C6-C154257FC6C3

Forse non tutti sanno che il giallo arancio proprio dell’immaginario comune è soltanto una delle innumerevoli nuance che contraddistinguono la sabbia del deserto.

Troppo ordinario affermare che il deserto è color dell’oro, che il suo manto è dorato a ricordarci il calore delle zone che lo accolgono, che è tappeto a cammelli e dromedari color cachi mimetizzati tra le dune castane.

Quando ho visitato Lanzarote, mai avrei pensato che alcune sue terre scure color lava le avrei ritrovate proprio qui: un deserto vulcanico? L’unico di cui avevo vagamente sentito parlare è quello che nomina la zona priva di vegetazione comprendente le punte più elevate dell’Etna.

Ma di certo non ne immaginavo uno di tale natura nel cuore dell’Arabia Saudita, uno che se non altro per il suo aspetto a tale connotazione rimanda.

537CEE17-21A5-4CDD-99A8-DA5A86B1672D

 

Il deserto che mi è apparso d’improvviso attorno in questa gita direzione Medina al-Munawara – l’illuminata – ha riportato il mio pensiero alle Canarie e ad alcune zone interne del Marocco.

Tutto intorno lungo il mio cammino il paesaggio è di colpo mutato, sfumando nel grigio cenere misto beige e i minuscoli granelli del manto sabbioso, come inondati da una spolverata di colore, hanno lasciato il campo a un’immensa distesa di ghiaia quasi nera: una coltre di pietre vulcaniche rinate dal magma o chissà portate dal vento.

Il nero del deserto, la nerezza – in arabo sawād – mi ha colto impreparata ma piacevolmente incline alla scoperta: come posso dunque da ora ancora allinearmi con quell’immaginario comune che vede nel deserto un paesaggio sempre uguale, una distesa di sabbia color ocra senza fine?

Lo sguardo si perde ma riapproda qui ed ora meno straniero, lo scenario intorno diviene più familiare, più vicino a un paesaggio già esperito: l’ignoto si confonde con il conosciuto, che in quanto tale ridona protezione, il senso di un confine più avvolgente.

Il mescolarsi di due nature che avremmo detto lontane, le rende qui armoniosamente affini e complementari.

Ed ecco il sawād che al tocco del vento inverte due lettere e diviene sawdā’, la malinconia – bile nera, in greco – riprendendo l’idea di nerezza e il legame con le viscere, con ciò da cui hanno origine le emozioni, come quelle che possono fluire qui.

Ma una malinconia serena, quella che ti riconduce al mondo, ti disorienta perché ti riconnette all’universo, ricordandoti il tuo essere finito, ma nel contempo umanità pulsante, che lo rende vivo.

Una malinconia discreta, quella che si addice a una dama – sayda – rapita da uno sfondo variopinto che domina – sādā – imperturbabile il mutevole contorno.

E lungo il nero deserto, si sposta leggiadro un nero cammello: tono su tono, torna a ricordarmi che tutto può essere sfondo a noi stessi come più ci aggrada.

A tutto possiamo adattarci con agio se solo vogliamo, se ancora il desiderio aspira ad essere armonia con il tutto, se solo riconosciamo di essere noi stessi parte del tutto.

Mimetizzarsi non per scomparire ma per amalgamarsi e più coscienti poi ricomparire.

 

ECE55C9D-877F-4E79-9114-7B8DA53EF966

 

deserto nero light

 

174F70FF-656B-496C-B266-7F04E690B970

 

7DD0DC9D-0904-4D1E-BD44-AB21A2E24E27

 

La mia quarantena in Arabia Saudita

qyf-2

 

Oggi è iniziato il coprifuoco vero e proprio, anche se solo notturno: in effetti, da queste parti la vita comincia verso sera. Di giorno ci si riposa parecchio: i negozi aprono silenziosi qua e là tra una preghiera e l’altra. È di sera che gli animi si risvegliano, le persone si riversano nelle strade, direi però piuttosto per fare acquisti che per passeggiare.

Non è comune qui ritrovarsi all’esterno per la socialità: la vita – prevalentemente familiare – si svolge nelle case. La parola harem – che pur nella nostra cultura occidentale intrisa di orientalismo ha preso una connotazione errata – riassume queste abitudini: essa rimanda all’idea di harām, che indica il proibito, l’illecito, inteso come illegittimità di superamento di un confine e che si eleva a rappresentare la riservatezza di una abitazione, la privacy di una famiglia, di tutti i comportamenti che rimangono all’interno delle mura, al sicuro dalle contaminazioni esterne, dagli occhi indesiderati degli estranei.

L’harem indica in particolare quello spazio intimo interno alla casa dedicato alle donne, alle figure femminili che animano il desco e che – protette dagli sguardi e dalle voci esterne – danno vita alla loro dirompente connaturata creatività.

Coprifuoco notturno.

Poco cambia dunque adesso per me, che già prima stentavo a infilarmi nei negozi tra un orario di preghiera e l’altro, talvolta così ravvicinati da farmi incontrare serrande abbassate appena varcata la soglia di casa.

Niente shopping: si risparmia. E non solo in denaro.

Si risparmia un bene di molto più prezioso, quale è il tempo. Il tempo per dedicarsi a sé, a qualcosa di tralasciato, trascurato; talvolta forse nemmeno preso in considerazione e che oggi si rivela così all’improvviso in tutta la sua elegante natura, sbucando dai meandri di un’oscurità troppe volte rifugio a noi stessi, nella frenesia dell’odierno vivere.

E poi – rifletto – le relazioni: il tempo e insieme la distanza mi riportano all’umano, mi ricordano la bellezza dei legami spesso dati per scontati, potremo dire a volte quasi immaginati, piuttosto che vissuti. Sempre rimandati, come se il tempo fosse eterno, come se quello in cui viviamo non avesse abbastanza ore disponibili da dedicare all’amore. L’amore universale.

Come se dedicarle all’amore fosse danno, distoglimento dal vero scopo della vita che  – soprasseduti – non distinguiamo nemmeno più. Travolti da un vortice in crescendo nel quale non ci riconosciamo.  Dal quale emergere ci pare tradimento a un compito assegnato. Ma poi chissà da chi.

Questo Regno d’Arabia è saudita, dal nome dal suo fondatore ‘Abd al-‘Azīz ’Ibn Sa‘ūd.

Ma il nome Sa‘ūd deriva esso stesso dalla radice araba sa‘ada, che nella forma del sostantivo rimanda a sa‘ad – felicità, amore – e nella forma dell’aggettivo a sa‘īd – felice, beato.

E sarà quindi un caso se proprio qui mi ritrovo ad inneggiare all’amore?

Che di solito non ne discorro così amenamente, né lo maneggio tanto soavemente.

Sarà un caso che proprio qui una sorta di beatitudine mi avvolga?

La mia quarantena è in queste terre meditazione: complice il deserto, mi ritiro dentro me.

Assaporo il silenzio e i colori caldi. Mi riscopro nuovamente viva.

Profondamente e-saudita.

(esaudire: dal latino, ex = pienamente; audire = ascoltare)

A Super Worm Moon in Saudi Arabia

luna piena

 

La prima del 2020 mi ha visto assaporarla proprio qui, nel deserto.
È la luna di primavera e worm non è un errore di stampa, confondibile con il più a prima vista consono warm, ma la reale traduzione di verme a cui – strano a dirsi – questa luna rimanda,   Perché, in questo periodo di temperature più tiepide, è dei lombrichi la peculiarità di cominciare a rigirarsi nel terreno divenuto ora morbido, per smuoverlo e prepararlo alla primavera, alla semina, alla rinascita. Ignari forse essi dell’indiretto invito agli uccellini a partecipare al loro stesso convivio.

Worm ma anche warm: il gioco di parole ben si presta ad indicare questa luna più calda, in circostanze più miti.
E quanto mite mi appare ora questa natura immensa.
Un paesaggio onirico si svela nella luce candida.
Profili scuri di rocce antichissime si stagliano nel blu cobalto del cielo, così vicino che pare sfiorarlo. E una distesa di sabbia s’illumina quasi a sembrare manto nevoso che riluce nell’oscurità dell’universo.

La chiamano proprio Luna del Verme.
Più grande e più luminosa del solito.
Nell’emisfero astrale, l’ultima piena prima dell’equinozio di primavera.
Luna piena al perigeo o più romanticamente parlando superluna.
Quella di marzo è la prima del 2020.

Quanta pacatezza nell’animo ma anche quanto smarrimento al pensiero che queste dune che ora mi appaiono immobili e silenti siano state un tempo teatro di popoli erranti, carovane di mercanti, spezie inebrianti.
Chissà cosa si cela dietro la storia di queste imponenti rocce, che quasi non oso indagare.
Rimiro lo scenario in lontananza e mi giunge vivo il desiderio di avanzare lenta, i piedi nudi nel soffice e tiepido, quasi freddo manto sabbioso, lo sguardo assorbito, proteso verso un orizzonte che non c’è. Perché tutto è in moto, quasi infinito e non esiste interruzione intorno: un angolo giro di curve sinuose e spezzate, che mi trascinano in una giravolta.

E sento gli echi di voci lontane che emanano poesia, racconti di vita di mondi lontani.
Sono gli hakawāti – dal verbo arabo hakā, raccontare: gli antichi cantastorie arabi diffondono nell’aria fiabe e leggende e tramandano nel tempo la preziosa memoria.
Si elevano gli animi affascinati all’ascolto.
E riesco a sentire il profumo del tè.
Quel senso di arcaica ospitalità che esso sottende, il saluto accogliente per chi lungo il cammino necessita ristoro.
Un saluto cordiale che ti fa sentire a casa: ahlan wa sahlan, popolo e pianura.
Ecco la tua gente, ecco la tua terra. Feel at home. And me, I do.

Non perdiamoci la prossima, l’otto aprile.

Yayoi Kusama. Gli specchi, l’immensità, il deserto.

infinity 1

Maraya in arabo significa specchi.

Mi piace pensare però che – come spesso accade in certe forme grammaticali della lingua araba e su questo, potrà eventualmente delucidarmi un arabofono o un arabista, se in ascolto – questa parola possa anche indicare la specchiosità, intesa come qualità intrinseca, essenziale dell’oggetto stesso. In questo caso, un teatro. Il teatro che ad AlUla ha ospitato il Winter Tantoura, un evento ricco di musica internazionale. Un teatro, nel caso specifico, la cui superficie esterna è interamente ricoperta di specchi, che armoniosamente riflettono il panorama tutto intorno. In questo caso un deserto, il deserto della penisola arabica che oggi sempre più apre le porte all’umanità.

Quale location migliore dunque di questo teatro riflettente, per ospitare Infinity Mirrored Room. Brilliance of the Soul (2014), l’indescrivibile, splendida opera dell’artista Yayoi Kusama, in cui proprio gli specchi si ripetono innumerevoli volte, costellati dai suoi – dell’artista – tipici pois colorati, così imponenti e nello stesso tempo impalpabili: pianeti sconosciuti  e misteriosi che rimandano l’idea di un altrove, di vite nuove in fermento nell’immensità dell’universo.

Entro fisicamente nel grande cubo a misura d’uomo e l’oscurità dapprima mi avvolge, per poi liberare il mio spirito, alla vista di un tale tripudio di colori cangianti, mai fermi, avvolgenti come fossero presenze amiche, desiderose di invitarmi ad unirmi nella danza.

E un senso di pace e serenità mi pervade, calma il mio spirito più profondo: mi sembra di entrare in meditazione, il mio sguardo si perde nell’infinito senza neanche ben focalizzare le palle colorate, i fili a cui sono appese, gli specchi che le riflettono. E’ tutto un compenetrarsi di pieni e vuoti, luci e ombre che mi tengono il fiato sospeso e che, pur se immobili, prendono vita nello spazio, generando movimento.

Le palle sono accese, risplendono in dimensioni diverse con vivaci colori mai fermi: è come se ognuna godesse per un momento dell’intensità di un determinato colore e poi lo cedesse a quella accanto, come un invito a scambiarsi energia, e in qualche modo anche identità.

Un’onda avvolge il mio sguardo che si perde – mentre piroetto lentamente – e abbassandosi scorge una distesa d’acqua. Ma certo, non poteva mancare l’acqua: mi ritrovo quasi in bilico su una piccola passerella, circondata da questo elemento naturale: la natura che irrompe nell’artificialità dell’installazione, non per invadere, bensì per riconnettersi in armonia con il tutto intorno, grazie alla sua superficie riflettente, tale soprattutto quando indisturbata si dona a noi calma.

Se mi distraggo posso scivolarvi dentro, ma la meraviglia da cui il mio sguardo è rapito e – rialzandosi – persevera verso l’infinito, lasciandosi trasportare verso meandri sconosciuti, mi ridona un equilibrio che mi tiene salda al terreno: non soltanto i piedi percepisco ben radicati, ma tutto il mio essere.

Brillance of the Souls. E brilla davvero l’animo mio, brillano tutti gli animi all’unisono, al pensiero di sfiorare l’infinito. Inaspettata riconnessione con l’universo. Oasi di pois nel deserto.

De Arabia Saudita

Mirage_Desert x

La primavera del 2020 mi porta nel deserto. E sul blog.

Inauguriamo questa nuova stagione esistenziale in Arabia Saudita, ad AlUla: la valle che un tempo ospitava le antiche e fiorenti civiltà della penisola arabica.

E inauguriamo la rinascita del blog con un omaggio.

È un omaggio a ArteAraba: il sito che ha contribuito a riaccendere in me il desiderio di bellezza. L’amore per l’arte e la cultura arabe.

Oggi mi dedica un’intervista riguardante Desert X, un’incantevole esposizione artistica en plain air che ho visitato proprio qui in AlUla e che ci regala singolari installazioni immerse nella magia del deserto.

Tutta questa meraviglia si scopre cliccando qui:

Dialogare in maniera armonica con il territorio

Buona lettura.

arabizz #16: il quiz arabo del lunedi

Mort-a-vendre

Mort à vendre – بيع الموت – è un film del regista marocchino Faouzi Bensaidi.

Uscito nel 2011, racconta – in maniera deliziosa e cruenta  – la vita non troppo ordinata di tre giovani alla deriva, sotto il cielo un po’ malinconico di una affascinante città del Marocco.

di quale città si tratta?

come sempre, lasciate le vostre risposte come commenti!

marhaban bikum!

soluzione arabizz 15

kohol.occhi

 

Alcool deriva dall’arabo di Spagna kuhoul كحول

inizialmente, indicava la polvere finissima di antimonio o solfuro di piombo, che veniva utilizzata per tingere di nero ciglia, palpebre e sopracciglia.

più tardi, il suo significato era stato generalizzato dagli alchimisti, i quali lo riferivano ad una polvere impalpabile.

per estensione, Paracelso ha finito per indicare con questo termine l‘elemento essenziale, nobilissimo: per lui l’alcohol vini è lo spirito divino

 

È molto probabile che la voce sia arrivata a noi tramite il francese.

(fonte: toscana.cultura.it)

arabizz 15

alcol2

 

 

oggi siamo di poche parole:

il termine “alcool” deriva dall’arabo.

qual è la sua vera origine ?

 

lasciate i vostri commenti!

marhaban bikum